TELESCRIVENTI

 

Per via delle collaborazioni effettuate durante le campagne elettorali e, molto probabilmente, grazie anche al rapporto amicale creatosi con Carla Capponi durante il “tour”, mio padre riuscì ad ottenere il tanto agognato "posto fisso" in qualità di fattorino a Paese Sera, testata giornalistica di proprietà del PCI. La sede di questo giornale era in Via dei Taurini, proprio sopra la redazione de l’Unità, storico quotidiano politico del Partito. Nell'enorme seminterrato di quel palazzo c'erano le rumorosissime rotative che servivano a stampare entrambi i giornali. Ricordo una volta che mio padre mi portò in ufficio con lui. Mi aveva parcheggiato in una stanza dicendomi: "Aspetta qui, torno tra 'n po'. Nun tocca' gnente, m'ariccomanno". Lì dentro, poggiate su dei banchi accostati alle pareti, c'erano una decina di strane macchine da scrivere prive di tastiera (tranne una) alcune delle quali stavano battendo dei testi in automatico. Di fianco all’entrata c’era scritto “Telescriventi”. Entrò un signore senza salutarmi, anche lui ad aspettare, col soprabito al braccio. Mi guardò come se io fossi un adulto e, nello stesso modo, accennò un sorriso. Era Paolo Villaggio. Qualche secondo dopo, prese in mano uno dei tanti fogli sparsi su una scrivania. Lo osservò per un attimo, poi lo mostrò a me, dicendo con voce roca: “Guarda questo qui, che faccia da cazzo, che c’ha”. Risi... si trattava una foto di Bréžnev. Di lì a poco si affacciò una donna che lo invitò a seguirla e lui uscì dalla stanza, di nuovo senza salutare.

L’attesa si stava prolungando e cominciavo ad annoiarmi. Mi avvicinai all’unica telescrivente provvista di tastiera e, per gioco, scrissi: “a stronzi” (quanto me piaceva, ‘sta parolaccia!). Poi mi spostai velocemente dall'altra parte della stanza. Subito dopo arrivò mio padre e ce ne andammo via.

Il giorno seguente, a cena, mio padre raccontò a mia madre che sul lavoro era successa una cosa gravissima. Qualcuno dall’esterno era riuscito a collegarsi alle reti telegrafiche delle agenzie di stampa e aveva scritto un messaggio minatorio a sfondo politico. Sicuramente erano stati i fascisti.

Quella stessa sera, a letto, mi assalì un dubbio atroce: ma non è che stavano parlando di quello che avevo scritto io con la tastiera? La mattina dopo presi tutto il coraggio di cui avevo bisogno e andai da mio padre a confessare. Era presente anche mia madre. Iniziarono a ridere, e a ridere. Avevano le lacrime agli occhi. Poi mio padre disse a mia madre: “Però 'sta cosa nu la posso di’. Se ll'aricconto, me licenzieno”. Non mi picchiò! Ma come? Per le caxate mi gonfiava di botte e per le cose gravi no? Boh...

Il motivo per cui avevo confessato la mia marachella, disposto ad affrontare le frustate, era perché, pur non capendo niente di fascismo e di comunismo, sapevo che stavano gli uni contro gli altri e che si ammazzavano per questo. Non potevo permettere che lo facessero per colpa mia.

Ho questo ricordo: ero lì che giocavo, sul marciapiede davanti al nostro bar di Viale di Villa Pamphili. A un certo punto uscì frettolosamente mia madre, mi prese per un braccio e mi strattonò dentro. I pochi clienti che stavano consumando uscirono immediatamente, mentre mio padre aveva già iniziato ad abbassare la saracinesca a maglie larghe del negozio. Dopo aver spento tutte le luci, ci nascondemmo dietro al bancone. “Zitti! Zitti...” Stava per passare un corteo ma, a giudicare dalla reazione dei miei, sembrava più l'invasione dei morti viventi. Alcuni dei manifestanti indossavano dei caschi integrali da moto, altri impugnavano grosse catene. Uno di essi lanciò una bottiglia sul tetto di un'auto che prese subito fuoco. Ruppero anche la vetrina del negozio di giocattoli adiacente al bar. La nostra, fortunatamente, la saltarono. Erano estremisti di sinistra, credo... o forse di destra. Boh.