L'ESTATE DEL 2006

Quella del 2006 fu un’estate davvero brutta. Nell’emittente televisiva in cui lavoravo da sette anni, era appena arrivato un nuovo direttore che avrebbe rivoluzionato ogni cosa. Dal nome del canale a tutte le apparecchiature professionali, fino all’arredamento e ai colori dei muri. Una specie di tornado da un milione di euro che, secondo voci di corridoio, avrebbe spazzato via anche alcuni dipendenti.

E la cosa non mi faceva dormire tranquillo. A questa situazione ansiogena si aggiunse anche la prima crepa nel rapporto tra me e la mia figlia maggiore, la quale pretendeva la libera uscita serale senza alcun limite di coprifuoco, cosa che ovviamente le negai. Dopo un'estenuante trattativa, arrivai a concederle di rientrare alle 3 del mattino, non un minuto di più. Era tantissimo, secondo me, per una ragazza di sedici anni, ma per lei era ancora poco.  Siccome, di regola, stava con me dal venerdì pomeriggio al lunedì mattina (esattamente il periodo della settimana durante il quale si esce di più la sera), pensò bene di non venire più. Avrebbe ottenuto tutta la "libertà" di cui aveva bisogno, rimanendo dalla madre. A nulla servì provare a ragionare con quest’ultima. Mi sbatté letteralmente la porta in faccia dicendo che a casa sua, le regole, le stabiliva lei. Eravamo alla follia.

Un pomeriggio, mentre ero al computer che lavoravo a un montaggio video per conto di una mia amica, mi telefonò mia madre: - Robbe’ so’ preoccupata, devi veni’ a Ladispoli, tu’ padre è ‘na settimana che se comporta in modo strano. Non parla più, non mangia, sta tutto il giorno seduto in soggiorno, ha smesso completamente di fumare, da un giorno all’altro, e non riesce più guidare la macchina. Qualcosa non va. -

Mi mossi immediatamente. Quando arrivai a casa dei miei, capii subito che a mio padre stava accadendo qualcosa di grave e che bisognava portarlo di corsa in ospedale. Arrivati al pronto soccorso, lo visitarono con urgenza. Aspettai in sala d'attesa per un paio d'ore. Finalmente mi chiamarono e mi fecero entrare. Mi dissero che lo avevano ricoverato. Le lastre dei polmoni attaccate alla lavagna luminosa erano quelle di mio padre. Il dottore mi indicò le innumerevoli metastasi. Non ci girò intorno. Era all’ultimo stadio. Gli restavano, al massimo, tre mesi di vita.

Decisi di andare in ferie, nonostante non fosse consigliabile, visto il periodo che stavamo attraversando al lavoro. Ma a mio padre tremavano troppo le mani per riuscire a mangiare autonomamente. Per cui dovevo andare in ospedale tre volte al giorno per aiutarlo (colazione, pranzo e cena). Nell'arco della stessa giornata, andavo anche a casa di mia madre, per tranquillizzarla (ma non le avevo ancora detto tutta la verità).

Dopo circa due settimane di questa giostra, mi si ruppe il cellulare. E che caxo! Ne avevo davvero bisogno, ma mi mancavano sia il tempo per comprarne un altro che i soldi per farlo. Antonella, la donna con cui avevo una relazione sentimentale da quasi un anno, mi prestò il cellulare del suo ex (col quale nel frattempo era rimasta amica). Mi disse che lui ne aveva appena comprato uno nuovo e che questo non lo usava più ma funzionava bene. La sera dopo, mentre la stavo aspettando a casa mia, per cenare e passare un po’ di tempo insieme, iniziai a studiare il “nuovo” telefonino. Purtroppo trovai, tra gli sms, alcuni recenti messaggi indirizzati a lei. Il testo era a dir poco equivoco. Avevo appena finito di leggerli quando Antonella bussò alla mia porta...

– Oddio, che è successo? – Mi chiese preoccupata, dopo avermi visto in faccia.

– Siediti, dobbiamo parlare. – Le risposi senza saliva.

– Così me metti paura... –

– Sul cellulare che mi hai dato, ci sono dei messaggi recenti che il tuo ex ha "dimenticato" di cancellare e che sono indirizzati a te. Si prestano a varie interpretazioninon sembrano affatto degli sms tra semplici amici. Ho bisogno che tu mi tolga qualsiasi dubbio. Ci fai ancora sesso? Porta pazienza ma sto passando un periodo davvero difficile, lo sai, e non ho bisogno di quest'altro peso sullo stomaco. Adesso te li leggerò e mi tranquillizzerai spiegandomi cosa significano. Magari ho frainteso. -

Respinse le mie basse insinuazioni, per chi l'avevo presa?! 

Ascoltai attentamente ogni sua singola parola. Non mi convinse.

– Antone’… senti tesoro, se mi vuoi bene, devi fare una cosa sola, che però per me è DECISIVA: adesso tu chiami al telefono il tuo ex e gli dici queste esatte parole “Ciao Max, è successo un casino, Roberto ha scoperto tutto”. Devo sentire che cosa ti risponde. Solo così posso tranquillizzarmi. E se ti prenderà per matta, gli chiederò scusa personalmente spiegandogli il motivo per cui ti ho costretta a fare questa strana telefonata. Comprenderà senz’altro. Così approfitto pure per ringraziarlo del telefonino che m’ha gentilmente messo a disposizione. -

 

Una semplice telefonata, che Antonella non fece mai. Dopo vari tentativi di uscire dall’angolo in cui l’avevo messa e dal quale non permettevo assolutamente che si spostasse; dopo aver giurato e spergiurato sulla madre, sul padre, sulla sorella, sul suo cane, "potessero mori' fulminati 'sto momento", che tra lei e il suo ex non era mai più successo niente di niente, da quando stava con me; finalmente scoppiò in lacrime: - È successo ‘na volta solaaaaaa… - Un classico moderno, un evergreen. 

La sera stessa tornai ad essere sigle.

Due mesi dopo, mio padre morì e in quella drammatica occasione feci pace con mia figlia.

Ricominciò a venire da me, sporadicamente, ma non come prima. Non più. Da quel momento in poi, qualsiasi "divergenza di opinioni" ci fosse stata, si sarebbe comunque risolta con la formula - tu no? mamma sì! - Ormai avevo le mani legate.

Però non rimasi senza lavoro. Anzi, cambiai mansione e da tecnico di emissione passai a fare il fonico. Perché finissi disoccupato dovettero passare altri sei anni, quando un'emittente nata nel 1978, che non riusciva più a stare al passo coi tempi, smise definitivamente di provarci.

 

IL FENDENTE

Io non so difendermi.

All’inizio non credevo che avrei dovuto imparare a farlo.

Perché c’è stato un inizio anche per me, giusto?

Beh, non me ne sono accorto

e adesso è troppo tardi per rimediare.

Ho soltanto bisogno di arrendermi,

di accettare il fatto che sono così sbadatamente sensibile,

che nessun bordo mi definisce… che sono cieco.

Per questo motivo non vedo arrivare mai il fendente.

E quindi non lo schivo.

Poi, quando il dolore esplode, improvviso e incontenibile,

sferro pugni all'impazzata, come un elicottero fuori controllo.

Ma sposto solamente l’aria dal mio spazio personale.

Non sono mai lucido quando penso che sia sempre colpa mia.

Ed è proprio per questo che lo è.

Uno sbaglio tira l’altro.

È un effetto domino che non riesco più a fermare

e tutto cade perché accade.

                                                                         (Roberto Di Patrizi)