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25 DICEMBRE

Non amo molto il Natale. È una festa "comandata" che ho sempre vissuto come un obbligo. Per lo meno questa era la sensazione che mi arrivava quando, da bambino, andavo coi miei genitori al "raduno annuale" della famiglia, imposto dal mio nonno materno. Morto lui, finiti i raduni. Per tanta gente è più una tradizione da rispettare che una celebrazione prettamente religiosa. Ma chi ha voglia di stare insieme non ha bisogno di imposizioni, per farlo. Io non sono esattamente credente, come del resto non lo erano i miei genitori e, più in generale, nessuno della famiglia. Considero le religioni un'arma per manipolare la massa. Ben vengano quando ci insegnano a non uccidere, a non rubare e a non invidiare gli altri. Ma le ritengo riprovevoli quando vorrebbero impedire a due omosessuali di sposarsi e vivere per sempre felici e contenti. Inaccettabili se calpestano la dignità e i diritti delle donne, o di una minoranza etnica. Abominevoli quando si compiono stragi in nome di esse.
Stare insieme, parlare guardandosi negli occhi, abbracciarsi, baciarsi, rimangono le cose più belle che ci siano, quando c'è il desiderio di farlo. Ve lo dice uno che preferisce un folto numero di alberi a un nutrito gruppo di persone... 

Il padre di mia madre morì nel gennaio del 1981. Nonno Peppino mi aveva cresciuto durante i miei primi sette anni di vita perché i miei genitori non potevano badare a me a causa del loro lavoro. Ero il suo nipote preferito e non lo nascondeva per niente. Giuseppe Di Noia, si chiamava, ed era nato ad Andria, in provincia di Bari, il 24 settembre 1891, sotto il segno della Bilancia, proprio come me. Era un uomo massiccio, con gli occhi chiari, il naso e le orecchie enormi, i capelli di un bianco candido, sempre ben pettinati all'indietro con l'immancabile brillantina. Aveva fatto il gendarme, prima di partire per la Guerra del '15-18. A causa di una bomba a mano difettosa che era esplosa non appena tolta la linguetta, aveva perso la mano destra, la vista all'occhio destro e ovviamente l'udito all'orecchio destro. Ma si era salvato! Ed era sopravvissuto anche alla seconda guerra mondiale. Non si sarebbe scomposto granché se ce ne fosse stata una terza, tanto più che si era preparato: in cucina teneva una seconda credenza lunga circa quattro metri e alta fin quasi al soffitto, stracolma di pacchi di pasta e di scatolame vario. Aveva sposato un'attrice del cinema muto, nonna Serafina, la quale aveva poi dovuto smettere di recitare per questioni pratiche: tredici gravidanze, tutte portate a termine, sei neonati morti e sette figli da crescere. Mia madre era la tredicesima.

Di nonna Serafina non ho molti ricordi. Era nata a Roccasecca (FR) nel 1900. Le piaceva raccontarmi favole horror, per farmi addormentare. Tipo quella di un bambino di nome Roberto (tu guarda la coincidenza!), che scese a comprare una cesta di mele. Mentre tornava a casa, fu fermato dall’Uomo Nero che gli leccò la frutta, sbavandola, e, dopo averla riposta nella cesta, disse che, se lo avesse riferito ai suoi, sarebbe entrato di soppiatto nel loro appartamento, durante la notte, per ammazzare tutti. Appena rincasato, il ragazzino impaurito non riuscì a fare a meno di raccontarlo alla mamma, decretando in questo modo il loro ineluttabile destino. A quel punto la favola si faceva ricca di particolari degni di Dario Argento: il buio fitto, lo scricchiolio delle scale di legno sotto i piedi del cattivo che saliva in casa per ucciderli, la voce di mia nonna che si faceva gutturale per imitare quella del mostro: “Robertooooo, sto arrivandoooo”, l'inutile tentativo del bimbo di destare i suoi genitori da un sonno inspiegabilmente profondo e infine la strage annunciata, a conclusione della storia. Alla faccia della favola della buonanotte. E chi dormiva più!

I miei genitori non me le hanno mai raccontate, le favole della buonanotte. Meglio così.

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