IL LIBERO ARBITRIO

 

Conosco a memoria tutte le preghiere più “famose”. Le scuole elementari, le ho fatte dalle suore.

I primi due anni ho frequentato la Scuola del Sacro Cuore, delle Sorelle Della Misericordia, in Via Alberto Da Giussano 93. La stessa dove era andata anche mia madre, da bambina (poi ho dovuto cambiare istituto perché, dalla terza elementare in poi, non accettavano i maschi. Mah... ).

Di questa scuola ho alcuni ricordi abbastanza nitidi. Intanto è lì che mi hanno insegnato a scrivere con la destra, nonostante io fossi mancino. La solita storia antidiluviana che la mano sinistra era quella del diavolo. La cosa positiva, non so neanche quanto, è che da allora sono in grado di scrivere correttamente con entrambe le mani, anche se farlo con la sinistra è più stancante. A meno che non mi metta a scrivere al contrario, cioè partendo da destra! In questo modo mi viene più naturale. Poi però, per rileggere quello che ho scritto, dovrei vederlo riflesso allo specchio. Poco pratico, insomma. Ma, ritornando ai ricordi che ho di quei due anni scolastici, il primo è quello più "doloroso". Vivevo con mio nonno, in Via Prenestina 129 (la casa dove è nata mia sorella Sonia) a 400 metri dalla scuola. Lui mi accompagnava tutte le mattine e poi veniva a riprendermi all’uscita. Ricordo che in quel periodo facevo la pipì a letto, tutte le notti. Non ne saltavo una, ed era una cosa di cui mi vergognavo tantissimo (credo di aver smesso di farla a letto verso gli otto anni). Un giorno la maestra mi prese in disparte e mi chiese come mai puzzavo di pipì. Iniziai a singhiozzare. Confessai che me la facevo sempre sotto, mentre dormivo. Nonno Peppino era anziano, quasi ottantenne all’epoca, ed era un invalido di guerra (aveva perso la mano destra a causa di una granata difettosa). Oltretutto, anni prima, era stato investito da un'auto sulle strisce pedonali e, a causa di questo incidente, aveva una gamba più corta di sette centimetri. Le sue scarpe destre avevano tutte un vistoso rialzo in sughero. Per camminare usava un bastone. Infatti, quando attraversavamo la strada, stringevo con la mano il suo moncherino. Insomma, non era esattamente in grado di badare all’igiene personale di un bimbo di sei anni. Anzi, non lo era in generale. Passava tutti i pomeriggi all’osteria, a bere e a giocare a carte. Io stavo lì con lui. Facevo spesso merenda con dei tarallucci all'anice che intingevo in un bicchiere di vino bianco. Quando tornavamo a casa era sempre ubriaco. Una volta andammo, in macchina con dei suoi amici, in una delle tante fraschette dei Castelli Romani. Rientrammo la sera che era più ubriaco del solito, riusciva a malapena a reggersi in piedi. Due suoi compagni di merende ci accompagnarono fino alla porta e se ne andarono senza aspettare che l'aprisse. Il problema era che non riusciva ad infilare la chiave nella serratura, per quanto barcollava. Dopo una decina di tentativi andati male, perse la pazienza. Bestemmiando, si girò di spalle alla porta e, tentando di scalciarla come farebbe un mulo, mi cadde addosso. Mi sfilai da sotto di lui (ero quasi libero per metà del corpo) e provai ingenuamente ad alzarlo. Sentii un leggerissimo fruscio di ferraglia provenire dalla porta dirimpetto alla nostra. Probabilmente era la signora Leoncini che sbirciava dallo spioncino, come al solito. Raccolsi la chiave e aprii l'uscio, spalancandolo. A forza di insistere, mio nonno riuscì con molta fatica a rimettersi in piedi. Lo guidai alla bell'e meglio fino al letto matrimoniale dove crollò ronfante, completamente vestito. Poi tornai alla porta di casa, la chiusi a chiave e impuntai il lungo paletto di ferro tra l'apposita fessura che stava sul pavimento e l'asola in ferro battuto inchiodata nel legno dell'entrata, per bloccarla dall'interno come faceva lui tutte le sere. Dopo di che andai a coricarmi anch'io, dall’altro lato del letto. Passata una decina di minuti intravidi mio nonno che si girava su un fianco, dandomi le spalle. Capii dallo scroscio, che stava pisciando per terra, proprio lì, accanto al letto. Aveva quasi finito di farla, quando cadde giù di peso finendo nel suo stesso piscio. Probabilmente si era sporto troppo. Corsi a soccorrerlo, supplicando di rialzarsi ma lui aveva già ripreso a ronfare. Dopo qualche minuto scoppiai a piangere, impaurito, e questo lo svegliò. Mi disse, con la voce impastata: “Ciccillo, io sto bene qua, te va’ a dormi’, nun te preoccupa' ”

Ciccillo… così, mi chiamava. Mi voleva bene, mio nonno.

Gli ultimi tre anni delle elementari li ho fatti all'Istituto Luigi Palazzolo delle Suore Poverelle, in Via Casilina 233. Nel frattempo ero tornato a vivere coi miei, che avevano preso in affitto un appartamento a Piazza dei Condottieri 43.

Di quella scuola ricordo il corridoio largo, poco illuminato, che separava le classi dei maschi, sul lato destro, dalle classi delle femmine, sul lato sinistro. Nella mia c'erano una ventina di bambini. I banchi erano monoposto. Il piano di lavoro era ricoperto da uno strato di fòrmica verde acqua. Sul bordo esterno, perpendicolare alla seduta, c'era un'ampia scanalatura di plastica nera, per le penne e le matite, che terminava, nell’angolo a destra, con un buco rotondo nel quale era avvitato un calamaio di vetro, vuoto ovviamente: le penne a sfera, le avevano inventate già da un pezzo. La bic era la più gettonata. Il banco immediatamente a destra del mio era occupato da Massimo, il mio migliore amico ancora oggi. Suor Generosina (era questo il “nome d’arte” della nostra maestra), indossava sempre delle mezze maniche nere per non sporcare di inchiostro la tonaca. Lei usava ancora la stilografica.

La nostra lamentela più ricorrente, rivolgendoci alla maestra, era: "Suora! Quello m'ha fatto 'e zozzerie!" Si trattava di un dispetto "umiliante" che consisteva nell'arrivare furtivamente alle spalle di un compagno, prenderlo per i fianchi, portarlo a sé con forza per fare il movimento del cagnolino col proprio bacino. Suor Generosina, nonostante fosse molto severa, in questi casi faceva spesso finta di non sentire e di non vedere.

Il pomeriggio, durante il doposcuola, soleva leggerci dei libri. Cuore, di Edmondo De Amicis, è quello che ricordo meglio e che mi piacque di più ("Dagli Appennini alle Ande” e “Il tamburino sardo”, i miei capitoli preferiti). Naturalmente declamava spesso la Bibbia. Quando ci parlò del Libero Arbitrio, non ci capii granché. Era un concetto troppo complicato per me. In che modo, questo, riguardava l’Amore di Dio? La dolce e innocente gazzella doveva per forza essere sbranata impunemente dalla bestia feroce? In quale dei due protagonisti potevo immedesimarmi senza provare terrore o senso di colpa?

La storia di Gesù, il figlio di Dio, mi ha sempre affascinato. Divenuto adolescente, avevo conservato una profonda ammirazione per l'uomo visionario che era stato. Quella coerenza granitica, che aveva illuminato la sua breve esistenza e sancito la sua tragica morte, era così in contrasto con la miserabile incoerenza del Vaticano, col suo IOR, le costosissime talari sartoriali, le automobili con l'autista, il suo impero immobiliare su suolo italiano, spesso fatto di alberghi per cui non pagava tasse (parliamo di miliardi di lire, che ancora oggi non paga e sono diventati milioni di euro l'anno). Il tutto completamente alla luce del sole, sotto gli occhi impassibili di un numero sterminato di credenti/creduloni. Se Gesù fosse esistito in quest'epoca, avrebbe impiegato una vita intera per riuscire a scacciare tutti quanti i mercanti dal tempio.

– Nun te fida' de chi un giorno te vo' bene e l'altro t'è distante: c'ha er core ballerino e 'a bocca da mercante. –

Il Libero Arbitrio, dicevo... quello che il "Padre Nostro" ha concesso ai suoi figli, è un concetto che, nonostante non sia più un giovincello, faccio ancora fatica a comprendere del tutto. Ma sono padre anch'io e credo che, quando un figlio adolescente si insinua nello spazio grigio di un divorzio per trarne vantaggio, preferendo senza vergogna il genitore che gli permette di fare ciò che vuole ed escludendo dalla propria vita il genitore che invece gli impone delle regole, quel figlio sta rivendicando il proprio diritto di scegliere autonomamente quello che gli fa più comodo.

– Ho sempre pensato che fossero le persone a determinare la propria vita; che fossimo noi a controllare il nostro futuro, a scegliere il nostro partner, la nostra professione, responsabili delle decisioni che condizionano il corso della vita. Invece esiste una forza molto più potente del libero arbitrio: il nostro inconscio. Sotto i vestiti, dietro le porte chiuse, siamo tutti governati dagli stessi desideri, siano essi sbagliati, oscuri e persino riprovevoli. Più si osserva qualcuno più ci si rende conto che non siamo mai quello che diciamo di essere. Di fatto, nascosto nel profondo, c'è sempre un segreto.

Potremmo scoprire di essere... qualcun altro. –

Tratto dalla serie televisiva Gipsy