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Railway Station n° 1140 (2019)

PERCHÉ SONO UNO STREEPHER

(light version)

Riuscire a cogliere quelle piccole sfumature della quotidianità che sanno trasformare l'ordinario in straordinario: è questa la sfida. Uno sguardo, un gesto, un'espressione. Nessun uomo è un'isola? Io non credo! Direi, anzi, che è vero il contrario. E ogni volta che navigo tra questi arcipelaghi di anime, rimango ammaliato dalla varietà dei microclimi. Immagino di attraversarli con un sommergibile. La fotocamera è il mio periscopio. A ogni foto che scatto, è come se prendessi un fermo immagine dall'ipotetico film che sto girando nella mia mente. Quanti personaggi principali in migliaia di sceneggiature per milioni di lungometraggi che non vedrò mai...

Vorrei abbracciarli forte, i miei protagonisti, dir loro che andrà tutto bene... o sentirmelo dire.

Sapeva leggere, Novecento. Non i libri, quelli sono buoni tutti. Sapeva leggere la gente, i segni che la gente si porta addosso.  Posti, rumori, odori, la loro terra, la loro storia... tutta scritta addosso. Lui leggeva e, con cura infinita, catalogava, sistemava, ordinava, in quella immensa mappa che stava disegnandosi in testa. Il mondo magari non l'aveva visto mai, ma erano quasi trent'anni che il mondo passava su quella nave. Ed erano quasi trent'anni che lui, su quella nave, lo spiava. E gli rubava l'anima.

Tratto dal film La leggenda del pianista sull'oceano di Giuseppe Tornatore

La Gente: un insieme di individui di cui, in fondo, ho paura. Temo la loro stupidità come temo la mia. Perché la stupidità può uccidere. Sa essere bieca e malevola, la gente, e il più delle volte è grigia. Quando sto tra la folla, io sono la gente: giudico, scanso, tralascio…  e scappo via colpevole. Ma, tra quella stessa folla, ogni tanto mi capita di notare persone che non sembrano affatto grigie. Alcune sono verdi, qualcun'altra è blu oppure rossa, nonostante tutto, ed io sento il bisogno di catturarla in un'immagine per dimostrarlo. Guardare la gente, quando nessuno si accorge di te, è come assistere allo spettacolo pirotecnico della spontaneità. Pare quasi di trovarsi in una scuola dell'infanzia, tra decine di bambini che giocano e interagiscono tra di loro. Eh sì, gli occhi dei fanciulli sono davvero lo specchio dell'anima perché non hanno filtri. Come le espressioni degli adulti assorti nei loro pensieri, presi dalle proprie faccende. Mi immergo nella folla con la fotocamera sempre appesa al collo, pronta allo scatto. Operai, avvocatesse, segretari, professoresse, studenti, capotreno, turisti, poliziotte, macchinisti... Cammino tra queste persone osservandole attentamente: sembra che abbiano trovato, tutti, il proprio posto nel mondo. Tutti, tranne me. E mi domando: il mio ruolo è forse quello di congelare le loro verità per consegnarle a chi ancora non c'è? Perché è questo che fanno gli streephers, dopotutto.

Ogni vita è una moltitudine di giorni, uno dopo l’altro. Noi camminiamo attraverso noi stessi, incontrando ladroni, spettri, giganti, vecchi, giovani, mogli, vedove,  fratelli adulterini, ma sempre incontrando noi stessi. (James Joice)

La Fotografia è l'arte contemporanea che più spesso mi ha lasciato a bocca aperta, in tutti i suoi generi. Dalla Macro, che mi fa scoprire nuove galassie; alla Glamour, che sa farmi ubriacare; fino all'Astrofotografia, che mi fa tornare coi piedi per terra. Ma è soltanto attraverso la Street Photography che ritrovo me stesso.

Ho coniato da poco un neologismo per il genere di foto che scatto: AviSapiens (da avifauna :-))

 

Tu non scatti solo una fotografia, con la tua macchina fotografica. Tu ci metti dentro tutte le immagini che hai visto, i libri che hai letto, la musica che hai ascoltato, le persone che hai amato. (Ansel Adams)

A differenza di alcuni streephers, che escono di casa appositamente per fare Street e, come pescatori di fiume, hanno la pazienza di appostarsi per ore aspettando il momento giusto, io non cerco le immagini che poi catturo. Sono le foto a venirmi incontro mentre cammino per andare a lavorare. Serendipity... Dedico alla Fotografia quel piccolo ritaglio di tempo che va da quando scendo dal treno a quando entro in metropolitana (e viceversa, durante il ritorno verso casa). Ma la mia giornata si concentra tutta in quel breve, prezioso, incredibile quarto d'ora. Mi piace pensare che sia il destino a farmi passare di lì in quel preciso istante! Essere nel posto giusto al momento giusto: ecco la Magia! La verità è che, scovare la bellezza tra le pieghe del quotidiano, mi fa stare meglio e mi riconcilia con il mio sacro poco. Yanagihara ha scritto che per fare questo genere di foto bisogna entrare volontariamente in un mondo solitario, perché è un esercizio artistico di invisibilità. Ho compreso bene cosa intendesse dire perché, quando passo per la stazione, io mi azzero completamente. Devo farlo! È la condizione necessaria e sufficiente ad entrare in una "dimensione parallela" nella quale non mi è concesso apparire, se voglio restare, e dove ogni secondo è composto da infiniti attimi. Là c’è tutto il tempo che serve ad accorgersi delle persone, guardandole veramente. E sentirle respirare. 

Di solito ci si sforza, chi più chi meno, di piacere, di essere belli per gli altri, senza immaginare che siamo più belli quando non cerchiamo di esserlo. Ed è per questo che io scatto: per fermare, prima che svanisca, l'infinita magnificenza dell’inconsapevole...

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